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I TERRIBILI DUE ANNI; I FANTASTICI DUE ANNI

Lei è quella che se la forchetta gialla è sporca e le si prospetta di fronte un intero pasto con la forchetta rosa si getta sul pavimento con abilità melodrammatiche da premio Oscar e poi, piangendo, striscia fino a camera sua dove può continuare a scaccolarsi in pace mentre noi ci struggiamo il cuore al suono del suo pianto. Lei è quella che si volta stizzita dall’altra parte e non ti parla più se è l’ora di ballare Kalinka Malinka tutti insieme e lei non ha indosso una gonna che fa la ruota. Lei è quella che padroneggia alla perfezione l’arte della resistenza passiva – roba che nemmeno si fosse fatta un anno di Occupy – e si pianta in mezzo alla strada a peso morto se l’avverti che andando dal punto A al punto B non ci sarà tempo per scorrazzare su quell’aiuola piena di cacche di cani che lei, teneramente, chiama parco giochi. Lei è quella bimba lì, che ha due anni e li sente tutti; quella che, coerentemente, se le domandi quanti anni ha, qualche volta risponde “quattordici!” a chiarire subito il fatto che i “terribili due anni” altro non  sono che un assaggio, in piccolo, di ciò che ci aspetta negli anni dell’adolescenza.

Io sono quella mamma accaldata come non ricorda di essere stata dai tempi di quella torridissima estate del (forse)2003 in cui l’acqua del Poetto a Cagliari era a temperatura corporea e immergersi in mare era come inzupparsi in una pentola di brodo, quasi fossimo strisce di pane tostato; reagire alla scena madre in stile Anna Magnani comporterebbe uno spreco di energie superiore alle disponibilità. I “terribili due anni” poi si piazzano proprio in mezzo alla strada per la felicità con un tempismo perfetto e incrociano di volta in volta; l’ora del pranzo quando il pranzo non è una pizza surgelata ma una deliziosa composizione gourmand cucinata da altri senza alcuno sforzo da parte della madre; l’ora del pisolino quando magicamente anche Giovanni decide che è l’ora di fare il pisolino senza avere in bocca un capezzolo; i cinque minuti che la mamma si era finalmente ritagliata per fare la ceretta, la manicure e la pedicure a tempo di record; e così via in un crescendo di disillusioni.

Il punto però è che lei è anche quella che quando cammina per strada vuole camminare secondo una precisa coreografia che infila tre passi alternati con una piroetta e tre saltelli sul posto e ti fa riscoprire quanto cavolo è divertente camminare come degli scemi. Lei è quella che ti chiede di alzarsi da tavola dicendo “grazie, ho mangiato abbastanza” e tu non glielo hai mai insegnato e ti commuovi pensando che lei davvero ti ascolta e impara. Lei è quella che ad un certo punto dice la sua prima parolaccia e ti conferma che si, lei ascolta e impara e forse è l’ora che tu impari a parlare un po’ meglio. Lei è quella che vuole cantare sempre e ti segue in bagno per cantarti una canzoncina che lei stessa ha composto per accompagnare fuori la tua pipì. Lei è quella che se il fratellino piange corre a prendere un libro per leggergli una favola. Lei è quella che cerca la luna e ti fa ricordare che tu sono anni che la luna non sai nemmeno da che parte sta. Lei è quella che dovrebbe essere nel pieno dei “terribili due anni” ma ti ricorda ogni giorno che le etichette sono invenzioni stupide delle quali è meglio non fidarsi.

Perché chi ha letto le favole sa che spesso i mostri sono favolosi principi e la magia la fa solo chi non si ferma alle apparenze. Per chi vive la vita come una continua scoperta, meravigliandosi sempre un po’, le etichette non esistono e quando esistono sono lì per essere alzate e vedere cosa c’è sotto.

Ricordiamocelo, noi genitori; ricordiamocelo sempre e non soltanto quando guardiamo i nostri figli.

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IL SENSO DELL’ORDINE (MA DI CHI?)

Una dei concetti più interessanti che ho trovato durante la lettura dei libri di Maria Montessori è quello relativo ai periodi sensitivi; paragonati ad “un faro acceso che illumina interiormente” ad “uno stato elettrico che da luogo a fenomeni attivi” i periodi sensitivi conducono il bambino alla scoperta e alla comprensione del mondo che lo circonda. I periodi sensitivi sono fondamentali e saperli riconoscere, sostenendoli, aiuta non solo il bambino ad orientarsi con sicurezza nel contesto ma anche il genitore a non sentirsi vittima di un complotto ordito alle sue spalle da un popolo alieno alto all’incirca 80 centimetri. Il periodo più incredibile, misterioso, difficile da comprendere per noi adulti – e tuttavia fondamentale per i nostri piccoli – è il periodo dell’ordine.

Il periodo dell’ordine è quello che, nello specifico, permette al bambino di cominciare a relazionarsi in maniera veramente attiva con il mondo, dando un’ordine alle cose, “catalogandole”, testandole e mettendole in relazione tra loro.

Siete dubbiosi, non ci avete capito niente? Comprensibile.

Vi farò qualche esempio pratico che vi chiarirà le idee. Avete presente, ad esempio, il periodo…

– dello svuotamento e ridisposizione (fuori e dentro) del contenuto di tutte le credenze?

– dello yougurt che deve essere servito tassativamente con cucchiaino e condimento a parte?

– o comunque del “c’è un solo modo di fare le cose” e se sbagli non ti perdonerò mai più?

– dell’attribuzione della ciotola verde alla mamma con conseguente crisi isterica quando qualcuno si è sbagliato e l’ha messa a tavola di fonte al babbo?

– del rifiuto del pisolino rovinato dall’errata consecutio temporum tra la lettura del libro N.1 e la lettura del libro N.2?

– del “ti aiuto a svuotare la lavastoviglie”, però poi la riempio di nuovo, e poi la svuoto ancora e poi… e poi… ?

– del prendo tutto il contenuto di questo cassetto, lo trasporto sul pavimento e poi faccio cambio col cassetto di sopra il cui contenuto però sarà sparso in fila indiana lungo tutto il corridoio?

– del prendo questo oggetto che è perfettamente strutturato, che se ne sta al suo posto, ordinato e felice e lo smonto, lo ridistribuisco nello spazio, lo sbriciolo su tutt’altre superfici e solo così mi sento molto meglio?

foto_ordineEcco, tanto per fare degli esempio, in tutti questi casi i nostri pargoli non ce l’hanno con noi, non vogliono rendere la nostra vita e la nostra casa un tempio votivo in onore del dio Caos.

No, poveri gli amori nostri. Stanno confrontandosi con il mondo, con le cose, sperimentano per capire e la rigidità dell’ordine, dell’archiviazione, della catalogazione aiuta la comprensione. Soltanto dopo giungeranno alla malleabilità della creazione, della modalità nuova, della forma imprevista.

Quindi, ovviamente, ciò che la cara Maria voleva dirci – e in questi casi la immagino sempre seduta su una sedia che mi guarda con un sorriso bonario ma un po’ beffardo – è di soprassedere al nostro adulto senso dell’ordine, di lasciarci trascinare nella meraviglia della scoperta insieme ai nostri bambini. Ed è una grande consiglio, uno dei migliori, forse il migliore che abbia ricevuto da quando sono diventata mamma.

Il punto però, che ci volete fare, è sempre quello: e poi chi rimette a posto?

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CAPRICCI? “LA MIA… MAI!!!”

“Mah. La mia non l’ha mai fatto!”…

“No, la mia… MAI!”

Eh? Vi suona familiare o no?

Generalmente questa frase viene pronunciata – in ordine di frequenza:

dalle nonne ai giardinetti con aria di disappunto e leggero ribrezzo nei confronti di mia figlia che si è nascosta – dio solo sa come – all’interno di un cespuglio di rose e si rifiuta categoricamente di uscire per andare a casa nemmeno sotto la minaccia di morte rivolta a Orso e Guendalina – gli amici della nanna-, e con successivo sguardo compiaciuto alla deliziosa e imbambolata nipotina che, da parte sua, se ne frega della progenitrice e si preoccupa soltanto di come succhiare meglio l’alluce del proprio piede senza strangolarsi con i lacci del passeggino dal quale non sembra avere comunque la minima intenzione di muoversi.

dalle mamme che hanno i figli più grandi, ormai oltre la soglia dei terrible-twos, quando tua figlia ti pianta la scena madre quella seria davanti alla gelateria, con tanto di resistenza passiva ai tentativi di fuga immediata e moltiplicazione esponenziale degli sguardi di disappunto degli astanti. Quelli che hanno i figli più grandi e ti fissano con un sguardo che cela un’evidente amnesia, quando racconti che tua figlia se lo yogurt glielo dai con il cucchiaino già inzuppato dentro la ritiene una forma di scortesia imperdonabile e si rifiuta di mangiarlo finché non ne prepari una nuova, non contaminata, porzione, e loro ti dicono che “la mia… MAI!”.

dalle mamme ad “altissssssssimo contatto” quando racconti che tua figlia ha attraversato la fase in cui voleva solo il papà; perché i loro pargoli invece no – ti dicono loro, che di solito viaggiano in gruppi di minimo tre e ad ogni frase si guardano come alla ricerca di un eco – i loro mai e poi mai. E naturalmente lo scuotimento di teste all’unisono combacia con lo sguardo compassionevole alla povera piccina che sta leccando sassi seduta sui tuoi piedi, moderna Sara Lovely Sara…

dalle mamme che hanno i figli a casa con la baby-sitter mentre tu, che la baby-sitter disponibile non l’hai trovata, ti sei dovuta trascinare dietro la tua pargoletta duenne pur di non perderti quella cena a cui tenevi e adesso lei si è rotta le balle di stare seduta al ristorante e tu dopo vari tentativi di tirar fuori l’artista che è in lei con il set di matite provvisto dal ristorante e dopo aver finito di attaccare tutti gli stickers di Peppa Pig che ti eri portata dietro, tiri fuori l’iPhone e la ipnotizzi con le app dei puzzle e speri che ad un certo punto crolli addormentata sul seggiolone così da poterti godere il grappino in santa pace.

dalle nonne ai giardinetti – che possa questa specie essere vittima di rapidissima estinzione – quando tua figlia si rovescia di proposito la coppetta di gelato sulle gambe per testare l’efficacia della forza di gravità… che non si sa mai; in fondo non l’ha detto nessuno che la forza di gravità duri per sempre… E tu vaglielo a dire alle nonne che è la prima volta che lo fa, che di solito mangia in maniera tanto composta ed educata; perché tanto il “la mia… MAI” è già stato lanciato. E dentro di te senti l’eco del dubbio che la piccola st…….a lo faccia quasi quasi apposta a dare il peggio di se nei momenti in cui tu senti il bisogno di approvazione sociale. Piccola punkabbestia che non è altro.

“La mia… MAI” è una delle frasi che considero tutto sommato più ricorrenti in questi 25 mesi e mezzo di maternità, perché qualche volta può anche essere espressa con un solo sguardo senza bisogno di parole. Perché il “la mia…MAI” è uno sguardo prima che una voce ed è la formula magica che allontana gli untori.

Ora, fermo restando il mio profondo rispetto della libertà d’opinione – e già vedo le facce attonite di chi mi conosce come maoista convinta… forse che Mao non credeva nella libertà di opinione? – mi domando se esista una giustizia che tuteli noi poverette, evidentemente genitrici degeneri, produttrici di piccoli mostri, perpetratrici di maleducazione e cattive abitudini dalla forza potenzialmente epidemica.

Oh mamme e nonne dei giardinetti, se una giustizia esiste, che possa essa dannarvi ad una vita fatta di belle figure fuori dalla soglia di casa proporzionali allo sfasciamento di maroni che la vostra progenie riuscirà ad infliggervi tra le mura domestiche. Possano i vostri amati pargoli dormire come mummie ai giardinetti ma infestare la vostra stanza di rumori molesti durante la notte; possano essi scaraventare cucchiaiate di passato di verdure su ogni superficie non lavabile della vostra casa, ogni giorno della settimana, e mangiare educatamente il loro consommè quell’unica volta che vi recate al ristorante; possano essi obbligarci a vedere insieme la maratona di Moffy nel privato della vostra casa in cambio di una singola citazione della Pimpa dall’edizione del Corriere dei Piccoli del 1957 durante una cena a casa di amici.

Solo allora il mio quieto riposino pomeridiano avrà il gusto succulento della vendetta; quando, mentre russerò beata rannicchiata sotto la mia copertina di lanetta morbida, vi saprò in balia di un mostro a sette teste che vorrà solo spalmare ciliegie sul muro immacolato del salotto buono, ogni santo giorno della vostra vita fino a vostra definitiva redenzione.

E nonostante questo se fossi lì con voi mai e poi mai riuscirei a produrre lo sguardo del “la mia…MAI!”, perché – come sapete ormai tutti – sono buona e credo nella solidarietà e forse potrei anche essere sincera e dirvi che “la mia, mai” ma di sicuro so che mi inventerei qualcosa che mia figlia non ha fatto ma che so che vi tranquillizzerebbe e vi farebbe sentire meno sole e derelitte.

Perché essere genitori, alla fine, per quel che ho capito, è un continuo viaggio sulle montagne russe e qualche volta, per stare meglio, hai semplicemente bisogno che chi ti sta vicino ti dica che anche lui, si, ha vomitato quella volta a Gardaland. Anche se non è vero.

 

 

P.S. (qualche ora dopo…) Visto che sono già arrivati i primi malumori, voglio precisare che: è ovvio che la maggior parte delle volte non è così; è ovvio che in questi due anni e mezzo ho avuto la fortuna di incontrare mamme e nonne fantastiche sia ai giardinetti che non, ed è ovvio che gli eventi positivi sono stati più di quelli negativi e che sicuramente tu che stai leggendo NON SEI una mamma o una nonna come quelle sopra descritte. Detto ciò dovrete però concordare con me che le storie a lieto fine senza alcuna difficoltà, senza alcun antagonista finiscono subito e, anche se belle, sono abbastanza noiose. Se Elisabeth e Darcy si fossero amati a prima vista, scelti e sposati e fossero stati felici per altre duecento pagine di romanzo… sapete che due palle? (come riflessione in calce ad un post, ammetterete che non è male!)

IL REGALO PREFERITO È SEMPRE QUELLO CHE MENO TI ASPETTI

Avete presente l’effetto che fa dopo che ti sei impegnato per comprare il regalo più bello per tua figlia, dopo che hai scartato con lei pacchetti e pacchetti di meraviglie, rendersi conto che lei, in fondo, preferisce tra tutti quel coso lì, l’ammennicolo che tu hai comprato quasi per caso, quasi per sbaglio – mettiamo, ad esempio, in fila alla cassa mentre aspetti di pagare i regali di Natale – e con il quale pensavi di dare un po’ di corpo ad una calza della befana talmente salutista che poi in effetti non è stata proprio fatta, oppure addirittura il regalo senza senso fatto con due euro dall’amico che andava di fretta?

QUANDO LA FIGLIA VUOLE SOLO IL PAPÀ, LA MAMMA SCOPRE LA SINDROME DEL “GRAZIE MARIO”.

Avete presente Saverio che trova il modo di salvare Vitellozzo e la sua macelleria, e Parisina – la mamma di Vitellozzo – che ringrazia Mario? Avete presente quel “Grazie Mario” che ormai è una sorta di forma retorica che sta ad indicare il totale disinteresse per la persona che si sta impegnando a favore di quell’altra che invece non fa una mazza?

Ecco. Ora mettete me al posto di Saverio e il Barbapapà al posto di Mario e avrete il ritratto perfetto della nostra routine familiare degli ultimi 7/8 giorni.

Non mi dite nulla, ho già digitato tutte le stringhe di ricerca possibile su Google, comprese le lapalissiane “my daughter only wants daddy” e “mia figlia vuole solo il papà” e ho scoperto che capita, non a tutte le mamme, ma capita. Quello che voglio dire è che la cosa non mi consola affatto. Non prendetela come una forma di egocentrismo ma insomma; perché a me? Santo cielo, perché?

NO! COME? NO! SIGNORE E SIGNORI ECCO A VOI I “TERRIBLE TWOS”!

Un pomeriggio d’estate io sono in salotto con la mia piccola batuffolina bionda che gioca a smontare e rimontare le lampadine – ad energia solare – del terrazzo cantando la colonna sonora di Frozen e ballando la danza della pioggia imparata in quell’altra vita, quand’era stregona in un villaggio Dogon; tutto è bellissimo, la sera si sta avvicinando e io leggo un libro pensando che sarebbe l’ora di farsi una manicure.

Tipo in questa prima fase indosserei un vestitino anni ’50 e avrei i capelli ordinati e pettinati, però sarei anche figa e con il rossetto molto rosso. Stile Mad Men ma non Betty Draper La Patata Lessa, più Joan Holloway La Prosperosa, ecco. È la fase stilosa e felice. La piccina che nella realtà è nuda e fa la pipì sul terrazzino perché il babbo ha deciso di spannolinarla (zitti! non dite nulla!), in questa fase immaginatela più tipo monellina in stile Nicholas della famiglia Bradford; simpatica canaglia insomma.

Ci avviciniamo alle ore 19, al GONG della cena. La piccina si avvicina e dice “pappa!” sfoderando un sorriso da svenimento seduta stante; io mi alzo e diligente mi appropinquo ai fornelli e arrangio un pasta con qualcosa. Viene fuori un piattino gustoso. Poi torno in salotto vado dal mio angioletto affamato e cinguetto:

“Amoreee, vieni è pronta la pappa!”. Gli uccellini si posano sulla mia spalla, mi baciano e poi vanno ad apparecchiare la tavola.

“NO!”

… (mmmh… no?)

“NOOOOOO!”

“Amore, come no? Pappa!”, mantengo la calma io, che sennò mi si spettina lo chignon.

“NOOOOO! NO! NO!” risponde lei voltandosi con scatto adolescenziale, la testa nascosta nell’incavo del gomito.

“Giorgina, dai, gnammi gnammi. Pasta!”, riprovo io, scendendo dalla condizione di Joan La Prosperosa a quella di Betty La Patata Lessa, la sfigata.