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TASTE 2015; L’ECCELLENZA DEL GUSTO APRE LE PORTE AI PICCOLI

Parlavamo di svezzamento noioso all’italiana un paio di post fa, giusto? Dicevo dello scollamento che c’è tra una cultura alimentare sana e varia come è quella italiana e una metodologia di avvicinamento al cibo che è fatta di paure, tabù e contraddizioni inspiegabili.

Ecco, dopo quel post, qui a Firenze, è iniziato il fine settimana di Taste – il salone dedicato alle eccellenze del gusto e del food lifestyle organizzato da Pitti Immagine e ormai giunto alla decima edizione. Nell’anno dell’expo dedicato proprio all’alimentazione e al cibo di qualità, Taste ha portato a Firenze, come ogni anno, centinaia di espositori di eccellenza per aprire le nostre papille gustative a nuove esperienze gastronomiche con un viaggio da capogiro su e giù per lo stivale.

(sfoglia la gallery qui sopra per vedere qualche immagine in più)

Quest’anno, dato il pancione e il livello degli ormoni non proprio in assetto da carnevale e divertimento, devo ammettere di essere stata sull’orlo delle lacrime almeno una decina di volte passando di fronte a certi stand di certi vini di quelli che anche solo l’odore ti fa sentire come seduta su un bel prato a primavera a sorseggiare un buon rosso chiacchierando con gli amici, aspettando sera; oppure avvicinandomi per sbaglio agli stand dei salumi di qualità, quelli tipo il lardo che comincia a sciogliersi appena ci metti gli occhi sopra e che ti sussurra all’orecchio il desiderio di stendersi su un crostino di pane caldo; oppure ancora nel settore dolce, tra file di biscotti, amaretti, cioccolate, torroni, marmellate, confetture e barattoli di voluttuose cremerie assortite.

Proprio con in testa il pensiero dell’approccio italiano all’educazione al gusto, curiosando tra gli stand di Taste, quest’anno, ho trovato anche chi, come il nuovissimo Galameo, ha deciso di fare dell’educazione al gusto dei bambini una start-up gourmand e ha studiato una linea di biscotti, una crema al cioccolato e nocciole e diversi formati di pasta integrale di qualità elevatissima, pensata proprio per offrire ai piccoli un’alternativa sana e gourmand ai prodotti industriali e per trasfromarli pian piano in piccoli gastronauti. Avrei portato volentieri qualcosa da assaggiare a Giorgina ma purtroppo quando sono arrivata allo shop i barattoli di biscotti erano stati già tutti venduti. Mi sono innamorata dei cantucci e dei biscotti dei Fratelli Lunardi, che sono come quelli fatti in casa; buoni, croccanti, con le uova vere e la farina bio. Una meraviglia per il palato e per gli occhi. Ho trovato anche una mamma, bellissima e giovanissima, che da dipendente di una multinazionale si è trasformata in imprenditrice e sotto il marchio Happy Mama produce barattoli di composte, confetture, marmellate e chutney assai particolari e deliziose; super-genuine e sanissime adatte a grandi e piccini. Mi ha fatto venire in mente Diane Keaton in un film anni ’80 che da piccola adoravo e spero vivamente di trovare presto i suoi prodotti in vendita qui a Firenze per farne una bella scorta.

Forse non sarei dovuta andare. Ma è più forte di me; il mio palato, intendo. Promettetemi una selezione di formaggi di capra che più puzzolenti non si può e mi vedrete smuovere le montagne. Se potessi farne un lavoro, girerei il mondo anche solo per mangiare i cibi più strani, le cose più insolite, i sapori più diversi. Solo due cose non mangio; ananas e banane. per il resto non dico mai di no, neppure all’uovo millenario o alle cavallette.

Giorgina è nata 26 mesi fa dopo 9 mesi di montagne russe alimentari dentro la mia pancia e fino ad oggi si sta dimostrando degna figlia di suo padre e di sua madre. Mettetele davanti una fetta di gorgonzola e la vedrete leccarsi i baffi; un crostino al lardo di colonnata o una zuppa di barbabietole; dei carciofi “scazzottati” o un mix di patate dolci al forno; è difficile che si tiri indietro. Poi, certo, anche lei ha i suoi gusti e ci sono cose che mangia con gusto e altre che mangia per fame; quello che è certo è che il cibo per lei è avventura, è divertimento, proprio come lo è per me e questo mi rende felice.

Spero di riuscire a mantenere viva in lei questa curiosità perché abituare i nostri figli alla diversità alimentare significa aiutarli a destreggiarsi un un mondo sempre più – fortunatamente – multiculturale; vuol dire dar loro un motivo in più – tra i tanti – per aver voglia di viaggiare, esplorare il globo seguendo un sapore, un odore da portare via rendendolo parte di sé.

Ogni tanto se mi concentro riesco a sentire il sapore del fish&chips con le patatine all’aceto che io e la mia mamma prendevamo a Londra, dopo le nostre esplorazioni pomeridiane, vicino a casa dove viveva il mio babbo; avevo 5 anni e, ancora oggi, a partire da quella memoria fatta di sapori, dal ricordo di quell’odore, riesco a far riemergere l’immagine di una roulotte e di un signore grasso col grembiule unto che spruzzava aceto sul bicchierone riempito di patatine; di me che parlavo inglese e mia mamma no; del pub dove i grandi entravano e i bambini no. Ci sono delle volte che, invece, mi paralizzo per strada perché mi sembra di sentire il profumo acre del pane sangak, cotto sui sassi nei forni dell’Iran, ma è solo un trucco della mia memoria che distorce l’odore del nostro pane in quello per cui tanto sento nostalgia e lo fa perché ogni tanto c’è bisogno di ricordare.

Questo è per me “il gusto” della vita. Accompagnare i nostri piccoli alla scoperta del cibo è un dono per cui loro forse non ci ringrazieranno mai ma che, sono sicura, renderà la loro vita più ricca. Smettiamola dunque di propinare scatolette di baby-food e formaggini insapore nel timore che una porzione di gorgonzola faccia loro male, o di sgrassare il prosciutto, di selezionare sempre soltanto le stesse verdure, di cucinare pasti separati per anni e anni, di togliere aglio, cipolla e tutte le spezie dai loro piatti e facciamoli sedere con noi, a godere insieme a noi del rito del mangiare in compagnia, del piacere della tavola.

Non ce ne pentiremo!!!

P.S. E comunque l’anno prossimo giuro che porto anche Giorgina; già mi immagino le scorpacciate che ci faremo e non vedo l’ora! Chi viene con me?

IL SENSO DELL’ORDINE (MA DI CHI?)

Una dei concetti più interessanti che ho trovato durante la lettura dei libri di Maria Montessori è quello relativo ai periodi sensitivi; paragonati ad “un faro acceso che illumina interiormente” ad “uno stato elettrico che da luogo a fenomeni attivi” i periodi sensitivi conducono il bambino alla scoperta e alla comprensione del mondo che lo circonda. I periodi sensitivi sono fondamentali e saperli riconoscere, sostenendoli, aiuta non solo il bambino ad orientarsi con sicurezza nel contesto ma anche il genitore a non sentirsi vittima di un complotto ordito alle sue spalle da un popolo alieno alto all’incirca 80 centimetri. Il periodo più incredibile, misterioso, difficile da comprendere per noi adulti – e tuttavia fondamentale per i nostri piccoli – è il periodo dell’ordine.

Il periodo dell’ordine è quello che, nello specifico, permette al bambino di cominciare a relazionarsi in maniera veramente attiva con il mondo, dando un’ordine alle cose, “catalogandole”, testandole e mettendole in relazione tra loro.

Siete dubbiosi, non ci avete capito niente? Comprensibile.

Vi farò qualche esempio pratico che vi chiarirà le idee. Avete presente, ad esempio, il periodo…

– dello svuotamento e ridisposizione (fuori e dentro) del contenuto di tutte le credenze?

– dello yougurt che deve essere servito tassativamente con cucchiaino e condimento a parte?

– o comunque del “c’è un solo modo di fare le cose” e se sbagli non ti perdonerò mai più?

– dell’attribuzione della ciotola verde alla mamma con conseguente crisi isterica quando qualcuno si è sbagliato e l’ha messa a tavola di fonte al babbo?

– del rifiuto del pisolino rovinato dall’errata consecutio temporum tra la lettura del libro N.1 e la lettura del libro N.2?

– del “ti aiuto a svuotare la lavastoviglie”, però poi la riempio di nuovo, e poi la svuoto ancora e poi… e poi… ?

– del prendo tutto il contenuto di questo cassetto, lo trasporto sul pavimento e poi faccio cambio col cassetto di sopra il cui contenuto però sarà sparso in fila indiana lungo tutto il corridoio?

– del prendo questo oggetto che è perfettamente strutturato, che se ne sta al suo posto, ordinato e felice e lo smonto, lo ridistribuisco nello spazio, lo sbriciolo su tutt’altre superfici e solo così mi sento molto meglio?

foto_ordineEcco, tanto per fare degli esempio, in tutti questi casi i nostri pargoli non ce l’hanno con noi, non vogliono rendere la nostra vita e la nostra casa un tempio votivo in onore del dio Caos.

No, poveri gli amori nostri. Stanno confrontandosi con il mondo, con le cose, sperimentano per capire e la rigidità dell’ordine, dell’archiviazione, della catalogazione aiuta la comprensione. Soltanto dopo giungeranno alla malleabilità della creazione, della modalità nuova, della forma imprevista.

Quindi, ovviamente, ciò che la cara Maria voleva dirci – e in questi casi la immagino sempre seduta su una sedia che mi guarda con un sorriso bonario ma un po’ beffardo – è di soprassedere al nostro adulto senso dell’ordine, di lasciarci trascinare nella meraviglia della scoperta insieme ai nostri bambini. Ed è una grande consiglio, uno dei migliori, forse il migliore che abbia ricevuto da quando sono diventata mamma.

Il punto però, che ci volete fare, è sempre quello: e poi chi rimette a posto?

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IL REGALO PREFERITO È SEMPRE QUELLO CHE MENO TI ASPETTI

Avete presente l’effetto che fa dopo che ti sei impegnato per comprare il regalo più bello per tua figlia, dopo che hai scartato con lei pacchetti e pacchetti di meraviglie, rendersi conto che lei, in fondo, preferisce tra tutti quel coso lì, l’ammennicolo che tu hai comprato quasi per caso, quasi per sbaglio – mettiamo, ad esempio, in fila alla cassa mentre aspetti di pagare i regali di Natale – e con il quale pensavi di dare un po’ di corpo ad una calza della befana talmente salutista che poi in effetti non è stata proprio fatta, oppure addirittura il regalo senza senso fatto con due euro dall’amico che andava di fretta?

FACCIAMO CHE ERA ANCHE DIVERTENTE / 10 MESI E MEZZO

Vabbè. Continuo a meravigliarmi. Lo so che sembra assurdo ma quando dico che i bambini non li avevo proprio capiti, prima di Giorgina, vi assicuro che è così. Quando mi scervellavo per tentare di capire come mai i genitori si sottoponessero alla tortura di una creatura di dimensioni hobbit che ti distrugge casa mentre si muove come in preda ad un attacco di tarantismo, non avevo realizzato quanto poi in realtà questi cosini fossero divertenti.

Ora siamo in piena fase spostamento oggetti e tentativi di camminare. Adoro l’impegno che ci mette questa piccoletta a fare le sue cose, a spostare i suoi giochi da una cesta all’altra creando nuovi assetti, nuove possibilità di gioco, mi fa impazzire che abbia cominciato a nascondere delle cose negli angoli o sotto il divano e che poi si ricordi che sono lì e le vada a riprendere.

Va tutto così in fretta. Talmente in fretta che ogni tanto mi gira la testa.

(nelle foto sopra)

– Il giochino salterello che avevo messo nella mia wishlist ci è stato dato da un’amica che lo conservava da quando le sue figlie erano piccoline. Apprezzatissimo!!!

– Sta provando a camminare. Ha fatto anche i suoi primi 6 passi da sola. Con un’andatura da sbronza pesante ma tant’è…

– Questi cosi incredibilmente non passano mai di moda.

– Le piace nascondere i pezzi del saltarello nei valenki della mamma. Poi dopo un po’ li viene a ricercare.

– Nasconde le cose sotto il divano. Beccata!!!

– Questo era il nostro salotto. Adesso è il Suo. Non riesco a capire quando è successo. È stato tutto così rapido. Come una scazzottata.

(rileggendo quanto scritto sopra mi pare evidente che la rapidità con la quale tutta la faccenda, qua, sta procedendo, sia un elemento ricorrente che evidentemente non sono ancora riuscita a metabolizzare. Sarà che io ho la rapidità di reazione di un bradipo ma, mi domando, sembra soltanto a me che tutto vada talmente veloce che sembra difficile riuscire a stare al passo?)

GIMME GIMME SHOCK TREATMENT. DI MASSAGGI INFANTILI E DECLINO DEL PUNK.

Le giornate con un neonato possono essere drammaticamente lunghe. All’inizio è difficile capire come passare il tempo e, se la giornata è brutta e non si può uscire, dopo mezz’ora di mobiles che dondolano, esercizi sulla pancia e canzoncine si vorrebbe soltanto capire come insegnare ai nostri piccoli a girarsi i pollici in autonomia.

Quando una mia compagna di corso preparto ci ha parlato del corso di massaggio infantile che stava seguendo ho pensato subito che potesse essere un buon modo per passare qualche pomeriggio diverso con Giorgina e mi sono iscritta. Premetto subito, per quelli che già stanno pensando ad uno di quei corsi misticheggianti con l’incenso che brucia e un sitar che suona in sottofondo, che non sono tipo facile agli entusiasmi per esperienze quali abbraccio degli alberi, meditazione trascendentale, aperture di chakra e via dicendo sull’onda new age. Sono peraltro un elemento spesso piuttosto disgregante nelle attività di gruppo, durante le quali può risvegliarsi un sopitissimo spiritello punk, un piccolo troll che vive accovacciato in un angolo del mio cervello e che si mette generalmente a sghangherare tutto il possibile constringendomi a porre le domande più scomode e ad assilare gli altri con un insopportabile cinismo o con una serie di macroespressioni facciali di cui tutti – me compresa – farebbero volentieri a meno. Ho sempre temuto quelle situazioni in cui tutti condividiamo una stessa esperienza, cionostante non ho mai potuto fare a meno di andarmele a cercare per poi incasinare tutto mentre in testa risuonava la musica dei Ramones.

Quando è arrivato il fatidico primo giorno del corso, Sara, la nostra insegnante, ha aperto la porta sorridente, morbida e accogliente, mentre nella stanza erano già state accese le candeline e una musica leggera si srotolava docile nell’aria. Nella mia testa lo spiritello punk si è alzato dal suo angolino, ha preso in mano la chitarra e mi ha guardata fissa negli occhi prima di frantumarla al suolo. Quando Keysha, l’insegnante di yoga proprietaria del centro che ospitava il corso, si è presentata in tutta la sua bellezza pacificata e pacificante, nella mia testa eravamo già allo stage diving. Per l’inizio del corso mi aspettavo la tragedia.

UN SABATO DA RICORDARE

Quando sono sola in casa con Giorgina capita che dopo un po’ di coccole e svago di interesse neonatale io non riesca a controllare quella magnetica attrazione che mi spinge verso la negazione dell’istinto materno a favore di un pallido oggetto di tredici pollici che è capace di strapparmi lacrime e sorrisi, successi e fallimenti da molto prima della nascita di mia figlia. E così succede che ad un certo punto Giorgina finisce nella palestrina o nel tappeto gioco cullata da un uccellino che suona “I sogni sono desideri” o da Dj Shantel – che, si sa, è il suo preferito – mentre io apro la mia scatola delle meraviglie. Generalmente in questo modo riesco a trovare un’oretta di tempo per lavorare o distrarmi senza l’utilizzo di ciucci, pupazzetti, animaletti che spernacchiano, sonagli e carillon dalle sembianze di animale.

Ieri è andata così. Giorgina sedeva felice sulla sua sdraietta della Stokke (dio benedica la Stokke) mentre io mi dedicavo alla ripulitura di un testo dai refusi. Lei guardava un po’ me, un po’ lo schermo luminoso che mi stava davanti, un po’ il suo amico coccinella verde con la pancia piena di pallini rumorosi. Io assaporavo la pace dei sensi. Dopo mezz’ora di frenetico battere sui tasti del mio pallido amico, a due minuti dall’esaurimento della batteria mi sono accorta con orrore che era accaduto ciò che non deve mai accadere. In casa non c’era nemmeno un caricabatterie. Il marito barbuto aveva deciso di portarseli via entrambi e io ho avuto quasi voglia di piangere. Stavo finendo di correggere un manoscritto e non avevo ancora avuto il tempo di trasferirlo sull’iPad per poter continuare da lì. E dunque? Che fare?

CHIUSI IN CASA A SCOPRIRE IL MONDO. NON TUTTA LA PIOGGIA VIENE PER NUOCERE.

Mi era preso un colpo. Quando ho visto che le previsioni meteo davano pioggia senza tregua per quasi un mese ho avuto un attacco di panico. Ho pensato a noi tre, tappati in casa per trenta giorni, senza possibilità di fare la nostra quotidiana passeggiata antistress, e ho maledetto il giorno in cui un marito barbuto mi ha convinta a non comprare la copertura in plastica per la carrozzina perché “tanto siamo in Italia, quanto vuoi che piova!”.

Fino a pochi mesi fa avrei pensato che qualche giorno di pioggia arrivava a fagiolo, per impormi una seria immersione nel lavoro, per mettermi in pari con le lavatrici e magari rimettere in ordine il guardaroba e vedere se tornano a galla le mie parigine di quel colore indefinito fra il rosa e il beige che mi piacciono tanto. A dir la verità l’ho pensato anche stamattina. A dir la verità lo penso ogni mattina quando apro gli occhi e vedo la pioggia fuori dalla finestra. Poi mi accorgo che c’è una bambina che dorme in una culla accanto al lettone e capisco che i giorni di pioggia non sono più i giorni per lavorare.

Che si fa, dunque, tutto il giorno in casa con una pupattola di quasi tre mesi? La domanda mi ha assillato per i primi tre giorni passati a sballonzolare in braccio una Giorgina urlante. Quando ormai aveva leccato il leccabile e si era gingillata a sufficienza con le sue manine iniziava a piangere come se ormai la vita non avesse più senso.

“Guarda, briciola, ti piace la credenza delle spezie? Guarda, questo è la curcuma, è GIALLA, questa è la paprika, è ROSSA… ti piace?”
“Ueeeeeeeee” (evidentemente troppo presto per i colori…)
“Guarda. amore, guarda fuori dalla finestra, l’edera, il merlo…..”
“Ueeeeeee” (evidentemente poco interessante)

Qualche giorno e una tendinite alla mano destra dopo, abbiamo capito. La bambina si annoiava. Possibile? Nel tentativo di dare tregua ai nostri timpani stressati abbiamo tirato fuori, con buona pace del mio spirito ecologico, la palestrina multisensoriale tutta plastica e colori fluo, prestataci da due amici genitori di una bimba di un anno e mezzo. Con mio sommo stupore ha funzionato. Da quel giorno, ogni giorno, per qualche ora, due pupazzetti colorati che ciondolano al ritmo di una melodia da crisi psicotica sono i fortunati destinatari dei sorrisi e delle chiacchiere di Giorgina che poi, dopo, tenta di raccontarci quanto le è piaciuto con tutta una nuova serie di suoni e qualche tentativo di sillaba gutturale.

Questi giorni di pioggia alla fine si stanno rivelando utili. Non per il lavoro che giace troppo spesso abbandonato in un angolo. Non per le lavatrici che, pannolini a parte, viaggiano a ritmo ridotto. Sono stati utili perché vedere la nostra piccola scriccioletta che scopre il mondo e sperimenta il suo corpo e la sua voce si sta rivelando un’esperienza fantastica che ripaga le notti insonni e la mancanza di un Mojito fatto bene. Non avrei mai pensato di svegliarmi felice dopo cinque ore di sonno perché mia figlia mi chiama, invece che con un pianto, con la sua nuova sillaba della settimana: gh.