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SVEZZAMENTO ALL’ITALIANA: IL PIÙ NOIOSO DEL MONDO?

Ve le ricordate le prime settimane di svezzamento? Ve lo ricordate tutto quel travasare brodi e verdure?

Avete mai avuto il sentore che ci fosse un nesso logico tra quella sensazione di sfinimento, frustrazione gastronomica e avvilimento autopunitivo che provavate sudando intorno ai pentoloni e quell’inspiegabile scarso entusiasmo del piccoletto di casa – quello stesso bambino che solo ieri allungava la mano golosa in direzione del vostro piatto di pasta alla carbonara – nei confronti della pappa brodo/semolino/parmigiano/ebbasta?

Io, quando il pediatra mi spiegò tutta la faccenda del brodo, rimasi paralizzata, il cervello in panne di fronte ad un procedimento che mi pareva tanto assurdo quanto, sperabilmente, funzionale allo sviluppo gastro-bla-bla-bla della mia pargola. Un attimo dopo essere usciti dallo studio io e il Barbapapà ci siamo guardati e i nostri sguardi allibiti dicevano: “ma davvero davvero?

È stato in quel momento che ci siamo chiesti se fossimo solo noi o tutti i bambini del mondo dovessero passare da quella tortura fatta di patata-carota-zucchina. Meno di due settimane dopo eravamo passati ad un misto tra auto-svezzamento e svezzamento alla francese, perché i francesi, di cucina, si sa, ne capiscono.

Facendo qualche rapida ricerca on-line è facile scoprire che – ferme restando alcune regole base – paese che vai svezzamento che trovi. Fra tutti quello all’italiana risultava di sicuro il più avvilente, il più frustrante, il più assurdamente forzato dalla parte del genitore e del dottore, il più mortificante per un’educazione al gusto del mangiare come piacere e non solo come sussistenza.

Già a partire dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, contenute ad esempio in un libretto scaricabile gratuitamente intitolato Complementary feeding – family foods for breastfed children, si evince che il nostro svezzamento è ben strano. Tutta la faccenda dei brodi non risulta citata in nemmeno una pagina e la quantità di verdure somministrabili fin dai sei mesi non ha niente a che vedere con il patata/carota/zucchina. Soprattutto si consiglia di preparare puree belle dense e ricche di nutrienti proponendone un cucchiaino alla volta – fosse anche un cucchiaino al giorno inizialmente – per far sì che il cibo faccia la sua funzione. E lì non puoi fare a meno di pensare a come quella pappa di brodo, farina e parmigiano non riuscisse mai ad addensarsi al punto da non trovartela poi spalmata anche nelle mutande….

Sappiate dunque che, sebbene la regola dell’introduzione graduale degli alimenti valga per tutti, la scomposizione dei brodi e delle verdure vale solo per noi mentre i nostri vicini francesi, nonché tutti gli altri paesi del mondo, iniziano lo svezzamento con delle puree di frutta e di verdura che semplificano non poco lo spentolamento. Il numero di verdure “pappabili” nella prima fase di svezzamento, poi, è assai maggiore negli altri paesi e vi basti sapere che la prossima persona che si chiede se si può dare la zucca ad un piccolo di sette mesi, può considerarsi messo in ginocchio sui ceci dietro la lavagna fino allo squillo della campanella e senza merenda.

Facciamo un breve giro dello svezzamento nel mondo, dunque:

– In Francia sostanzialmente si propongono fin da quasi subito pappine complete e molto gourmand tramite i quali svezzare i piccoli con gusto e varietà. Ricordo ancora con entusiasmo la ricetta della pappa di pollo, carote e albicocche trovata sul libro sullo svezzamento alla francese; una ricetta che faccio ancora oggi e che, mentre allora prevedeva l’aggiunta delle spezie solo dopo aver sporzionato la parte di Giorgina (da frullare), adesso viene goduta in famiglia con abbondante curcuma per tutti.

In Inghilterra la faccenda si fa meno allettante e il ricorso al cibo preconfezionato è sicuramente più alto. Sotto quel punto di vista però l’offerta di cibo confezionato per lo svezzamento, biologico, di alta qualità ma soprattutto vario è nemmeno lontanamente paragonabile alla nostra. Io non so voi ma ho comprato un vasetto dei nostri una volta e non mi sono mai più sentita di ripetere l’esperienza…. D’altro canto nei paesi anglosassoni al momento è sostenuto con entusiasmo l’autosvezzamento (baby-led weaning o BLW) anche da parte dei pediatri che, invece, qui da noi nella maggioranza dei casi vi diranno che è pe-ri-co-lo-sissimo.

– Negli Stati Uniti, la situazione ricalca quella inglese con un accento più marcato sul salutismo fondamentalista e sull’autosvezzamento. C’è anche da dire che evidentemente i medici italiani non concordano sull’acquisizione della capacità di masticare e mentre conosco bambini che a dieci mesi in Italia ancora non mangiano la pasta, in America troverete ottimo finger food da sgranocchiare anche per piccoli di otto mesi. Unica nota negativa dello svezzamento all’americana è naturalmente la tendenza allo snack fin dai primi mesi, che, seppur bio, non è certo un’abitudine da incoraggiare. Ricordo ancora quando nel reparto baby-food di Whole Foods dovetti chiedere consiglio alla commessa su cosa loro considerassero un possibile pasto tra tutte quelle bustine e sacchettini colorati e lei con un grande sorriso mi disse che, no, quelli erano tutti snacks… per il cibo vero dovevo guardare alle mie spalle, in quell’altro coloratissimo, gigantesco scaffale. Cionostante non potetti resistere all’acquisto delle mini-meringhe banana/patata dolce; funzionarono ottimamente sia a premiare Giorgina quando stava buona che, per associazione di idee, a farmi sentire meno la mancanza di un cane…

– In Giappone, se inizialmente lo svezzamento procede di pari passo con lo svezzamento degli altri paesi (eccetto l’Italia per via del brodo…), pare che si cominci molto prima con il pesce (quantomeno il brodo dashi), le alghe e molto presto anche col tè mujicha – tè di luppolo.

Vi dirò la verità, noi dopo aver scoperto queste cose abbiamo abbandonato con sollievo le tecniche nostrane e abbiamo seguito – sempre facendo attenzione a reazioni allergiche e sviluppo di Giorgina per quanto riguardava soprattutto la masticazione – un regime più rilassato. Nessuno di noi, soprattutto la piccola di casa, se ne è mai lamentato.

 

 

IKEA HACK: DA “KURA” A LETTINO MONTESSORI

Il superamento del lettino con le sbarre fin dai primi mesi – in accordo più o meno intenzionale con il metodo montessori – è ormai sempre più diffuso ed è in crescita esponenziale il numero di coloro che cercano soluzioni un po’ meno selvagge del semplice materasso poggiato per terra per arredare la camera dei piccoli secondo questa esigenza.

Ammetto che noi, fino ad adesso, abbiamo fatto parte della categoria dei “less is more” fornendo a Giorgina prima un semplice materasso poggiato sul tappeto, poi un modesto upgrade con l’inserimento di una vera e propria rete a doghe e un materasso di qualità e spessore superiore.

Adesso però arriva il fratellino e si fa sempre più urgente pensare alla sistemazione della camera in vista delle nuove esigenze logistiche. Lettini separati o letto a castello? Li spostiamo nella camera grande e noi ci mettiamo nella cameretta, oppure troviamo il modo di stringerli tipo sardine – i due e tutto l’armamentario per l’intrattenimento infantile – nella stanzetta dove adesso largheggia G.? In ogni caso indubbiamente anche il nuovo arrivato godrà del lettino montessoriano e dei suoi molteplici vantaggi e dunque che fare?

Da tempo ormai si condividono sul web i progetti di modifica “estrema” dei mobili IKEA che vengono trasformati, da provetti bricoleur, in oggetti dal fascino completamente diverso e originale. Sul sito Ikea Hackers, ad esempio, si trova un numero spropositato di progetti per personalizzare i propri mobili IKEA e vale sicuramente una visita. Uno dei progetti più popolari è l’hackeraggio del letto a castello reversibile KURA di Ikea che, più di ogni altro in circolazione, si presta ad una sistemazione montessoriana.

Qui sotto una gallery per farvi un’idea delle molteplici variazioni che si possono ottenere con poco più di 100 euro di struttura letto:

Noi ci stiamo lasciando tentare dall’opzione “a castello”; mettere Giorgina, che ormai se la cava alla grande, al piano di sopra e sfruttare il sotto “à la Montessori” per il fratello. Certo è che la variante semplicemente “sottosopra” con uno sbassamento della rete all’altezza del pavimento permetterebbe di avere anche un minimo di spondina al piano inferiore e perciò avrebbe un suo fascino dovuto alla praticità; in questo caso i KURA dovrebbero essere due, uno per Giorgina e uno per il fratello. Vi terrò aggiornati sui lavori in corso.

Sappiate che per adesso il mio preferito è il PRIMO della GALLERY, mentre quello del Barbapapà è il TERZO. Progetti notevoli ma il grillo parlante mi dice che non andremo oltre il mettere semplicemente il letto sottosopra come nell’ultima immagine… Ehm… Chi vuole scommettere?

Qualcuno ha altre idee interessanti da segnalare per gli appassionati del DIY?

 

 

P.S. Se l’argomento vi interessa potete anche andare a seguire su Pinterest la mia selezione “in-progress” di idee per comprare o fare da soli il lettino montessoriano per i vostri piccolini! 😉

 

GRAVIDANZA: NON È SEMPRE FACILE

Avete presente quelli che, quando sei incinta, ti dicono “vedrai come ti mancherà il pancione!“, oppure quelli che ti guardano, chinano il capo da una parte e poi col sorriso di chi ha visto la madonna ti dicono “sei bellissima”, oppure “sei raggiante”?

Ecco, quando ero incinta di Giorgina – a.k.a. la mia prima volta – restavo qualche attimo allibita, chiedendomi, vista la loro espressione illuminata, se non avessero forse ragione. Magari c’era qualcosa che non andava nel mio modo di metabolizzare le informazione del mio corpo, visto che io non vedevo letteralmente l’ora di togliermelo di dosso quel pancione pesante come un paio di Hunter e scomodo come i jeans di Zara, mentre loro mi dicevano che lo avrei rimpianto; che mi guardavo allo specchio e mi vedevo la faccia piena di brufoli, la bocca gonfia come Francesca Dellera dei bei tempi andati e le caviglie di Dumbo e loro mi dicevano che stavo una meraviglia; che mi sembrava di aver l’espressione disgustata del reflusso gastroesofageo più che essere raggiante.

Il dubbio ha accompagnato tutta la mia prima volta ma poi, dopo il parto, quando mi sono accorta che la pancia non mi mancava affatto, che la mia faccia e le mie caviglie stavano riprendendo i giusti connotati e che mangiare non era più una tortura, allora ho cominciato a sospettare che, tutto quel “sei raggiante” e compagnia bella, fosse nient’altro che un goffo tentativo di addolcirmi la pillola; che loro lo sapessero che essere incinta non è sempre tutta quella gran meraviglia, che i momenti in cui ti senti immersa nel grande miracolo della vita sono una netta minoranza rispetto a quelli in cui conti i giorni all’alba e che, in fondo in fondo… beh… peggio di noi solo gli elefanti.

Ecco, in 5 punti, quello che più di ogni altra cosa non rimpiangerò della/e  mia/e gravidanza/e. Ve lo voglio dire perché resti come testimonianza per i posteri, perché io questa pillola non ve la voglio zuccherare. Amiche che ancora non siete incinte, o che lo siete da poco, gli aspetti positivi li scoprirete da sole, e saranno sorprendenti, a quelli negativi invece io vi voglio preparare; e che non mi si dica, poi, che non ve l’avevo detto!

1 – LA LETARGIA, quella brutta sensazione di stare per addormentarti alla scrivania, in un ufficio open-space, senza avere le forze sufficienti per impedire che accada, e infatti poi accade ed è molto imbarazzante. Sarà che si viaggia ad un regime ridotto di caffeina, saranno gli ormoni, non so, ma i primi mesi vivresti di pisolini e un po’ va anche bene, dopo però avresti voglia di combinare qualcosa e ti ritrovi a chiedere disperata alla tua ostetrica il permesso per un caffè in più al giorno. Cosa non darei per quel caffè in più.

2 – LA DIGESTIONE, completamente in down. Fin da subito ti rendi conto che sul tuo stomaco, per i successivi nove mesi, non ci potrai più fare conto come prima e per chi, come me, ama mangiare… ehm… gustoso, la situazione diventa piuttosto frustrante. Ti adatti e mangi leggero, fai tanti piccoli pasti fin troppo sani, elimini la viziosa voluttuosità dei cibi grassi dalla tua dieta e tutto migliora. Però non mi venite a dire che è bello, no davvero; perché insomma è vero che la salute viene prima di tutto ma ci sono cose che danno la felicità, quella vera, e che con la salute hanno poco a che fare. Tipo un panino con la finocchiona, un bicchiere di vino, un crostino al gorgonzola, una frittura di paranza, una pizza alla ‘nduja… boh, cose così… ecco. La felicità che ti da un bel pranzo pesante, cari miei…

3 – QUEL SAPOR DI GRAVIDANZA, che, a causa del punto 2, ti ritrovi in bocca e lì per lì nemmeno te ne accorgi (per fortuna). Fatto sta che al primo pasto che fai, dopo il parto, te ne accorgi; che tu credevi di sentire i sapori così com’erano ma invece ti sei portata dietro un retrogusto acidino che per nove mesi ha alterato la realtà gastronomica. Che peccato; puoi mangiare tre-cose-tre e pure quelle ti vengono rovinate. E mentre la prima volta non lo sapevi, la seconda sei preparata e la faccenda, già di per sé spiacevole, si fa decisamente irritante.

4 – LA PANCIA. La pancia è scomoda, gente, non c’è niente da fare. Inoltre la pancia ha le sue esigenze, ovviamente quasi mai compatibili con le tue, e richiede cure; la pancia ad esempio, ad un certo punto, ogni tanto pizzica. Oppure tira. Oppure semplicemente ad un certo punto ti rende la vita impossibile nelle cose semplici di tutti i giorni, tipo allacciarti le scarpe. E sarete d’accordo con me che le scarpe sono una parte considerevole della gioia di vivere, indi per cui la pancia non mi mancherà. Ho scarpe molto belle e le voglio indossare, oltre che guardare. Perché la pancia ad un certo punto vi impedirà la vista dei vostri stessi piedi e questo oltre ad essere frustrante causa anche un certo senso di instabilità quando ti soffermi a pensarci. Una vera fregatura

5 – LE PIPÌ NOTTURNE. Andare a letto con la suddetta letargia già sapendo che alle 2, alle 4, alle, 6 e qualche volta anche alle 6.25 – tanto per rompere le balle – vi alzerete a produrre cinquanta litri di pipì non è bello. Per davvero. Non è affatto bello. È inopportuno, ecco.

Poi ci sarebbero anche tutto il fardello di responsabilità che ti senti sulle spalle e il timore costante di fare qualcosa di sbagliato mettendo a rischio la vita – o anche solo la salute – di quella piccola creaturina che sta crescendo dentro di te e che già ami alla follia, è vero. Io però quelle le metto tra le cose belle della gravidanza – insieme ai capelli da red carpet*-, non so perché. Sarà perché dentro, sotto sotto, sono sempre la solita secchiona che non vede l’ora di fare i compiti a casa o forse perché la cosa bella dell’essere incinta è proprio che superi qualsiasi cosa, passi sopra a qualsiasi disagio non appena ti soffermi un millesimo di secondo a pensare alla meraviglia pura, al privilegio che è, in realtà, ciò che ti sta succedendo. In quei millesimi di secondo, sì, ti guardi il pancione e sorridi come un’ebete.

In ogni caso, io come sapete, sono una pollyannista** solo part-time, e ogni tanto credo nel lamento come atto purificatorio e liberatorio. Cerchiobottismo forse ma di provata efficacia. Ve lo giuro. Perché ogni tanto ci sono cose di cui proprio non ti vuoi rallegrare e, in quel caso, io lotterò al vostro fianco perché il vostro diritto al lamento sia rispettato.

E che la forza si con voi.

 

 

* Non gioite troppo però; quei capelli meravigliosi che vi ritrovate in gravidanza sono solo il modo che la natura ha per farvi notare meglio quanti ne perderete dopo, durante l’allattamento. E poi vi parleranno di fase anagens e altri termini astrusi del genere, per cercare di farvi accettare il fatto che, se per nove mesi avete avuto i capelli di Rachel di Friends, dopo il parto vi sembrerà ben presto di essere la modella della fase “prima” dello spot di Cesare Ragazzi…. Una figata pazzesca.

** Dicesi pollyannista una persona che crede, come Pollyanna, che anche nelle avversità, a guardar bene, c’è sempre un motivo per cui essere comunque felici.

 

 

La foto di Justin Leibow è presa da qui: https://unsplash.com/

LE 10 MIGLIORI CUCINE GIOCATTOLO; DA COMPRARE E DIY

Alla fine dovrà accadere; mi arrenderò e accetterò l’acquisto di una cucina giocattolo per Giorgina. Il Barbapapà che è molto più attento di me all’aspetto ludico della vita, da tempo sta evidenziando la passione della piccola di casa per la cucina, allungandomi degli sguardi inequivocabili che significano una cosa sola: “ci vorrebbe una cucina giocattolo o la piccola ne soffrirà immensamente e abbandonerà la passione per la cucina a favore di una appassionata dedizione al cibo spazzatura che la condannerà ad un destino fatto di colesterolo alto e obesità patologica”. Ops.

Io dico; ok, però pensiamoci ancora un po’ su e vediamo cosa ci offre il mercato, anche se nel profondo sono sicura che, per quando decideremo quale cucina acquistare, la piccola sarà già sufficientemente grande per cuocersi un uovo da sola sul nostro fornello. Resta soltanto l’incognita del fagiolino che cresce in pancia; meglio esser pronti, nel caso anche lui amasse servire zuppe e tè 24 ore su 24.

Dunque, qui sotto trovate 4 proposte di cucine giocattolo da comprare già belle e pronte in negozio e ben 6 proposte di cucine giocattolo DIY o hackerate.

Per esplorare ancora un po’ l’universo della cucina giocattolo, potete anche seguire la mia bacheca su Pinterest “PLAY KITCHEN”! Troverete tantissime altre idee DIY per creare la cucina dei vostri piccoli riutilizzando vecchi mobili o usando semplici scaffali in maniera creativa, oppure, per gli appassionati del riciclo e del cartone tante idee superveloci, ecologiche e da buttare via senza tanti sensi di colpa quando la passione per la cucina non sarà più tanto in voga.

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Shopping links:  IKEA DUKTIG | JANOD | HAPE TOYS | BRIO

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1 – dal vecchio comodino una perfetta mini-cucina DIY | 2 – kitchenette DIY da A Beautiful Mess | 3 – trasformare una sedia in una cucina giocattolo |  4 – di cartone, facile e veloce | 5 – sempre cartone, colorata, allegra e creativa | 6 – una delle tantissime idee per personalizzare la cucina giocattolo a partire da una classica Duktig di Ikea

Sono molto indecisa e ancora non so bene cosa faremo. Il Barbapapà punta sul cartone DIY o sulla classica Ikea; io invece sono innamorata della cucina BRIO. Vi terrò aggiornati.

E voi? Avete qualche suggerimento?

 

DRINK 0% – BABY ON THE BEACH

È autunno, tempo di melagrane, e per una ricarica di vitamina C e antiossidanti alle porte del freddo inverno, questo cocktail analcolico è l’ideale. Gli ingredienti si ispirano al classico Sex on The Beach ma in versione analcolica e con il succo di melagrana al posto di quello di cranberry.

È un cocktail nostalgico perché mi ricorda i tanti mesi passati in Iran ai tempi del dottorato – se siete curiosi ne trovate traccia, ad esempio, dentro questo libro QUI – dove le melagrane sono succulente e abbondanti; un giorno o l’altro vi racconterò la ricetta dello stufato di carne con succo di melagrana mentre per adesso mi limito a tirare fuori, per le fotografie, le ceramiche e le stoffe raccolte nei miei viaggi. Più nostalgica di così!

LA TRAVE DELL’EQUILIBRIO, FAI DA TE.

I bambini in generale adorano l’equilibrio. Iniziano con la curiosità verso gli oggetti in equilibrio sulle superfici o l’uno sull’altro e poi, quando prendono confidenza con il camminare, cominciano a mettere alla prova il proprio corpo. Ho cominciato a farci caso qualche giorno fa mentre Giorgina camminava tutta concentrata sul mio metro da sarta srotolato sul pavimento e poi poco tempo dopo sul marciapiede facendo attenzione a rimanere sulla striscia lungo il bordo senza cadere giù.

Dal metro da sarta siamo passati ad un metro a ruzzola molto più lungo e la cosa non sembrava smettere di divertirla. È così che, mentre stavo acquistando del legno in un negozio di bricolage, si è accesa la lampadina. Preparare un po’ di strumenti per le attività in casa del prossimo inverno! Ho tirato le somme delle cose che Giorgina ama fare in questi giorni e ne sono venuti fuori un bel po’ di progetti carini, molti incentrati proprio sull’equilibrio.

NO! COME? NO! SIGNORE E SIGNORI ECCO A VOI I “TERRIBLE TWOS”!

Un pomeriggio d’estate io sono in salotto con la mia piccola batuffolina bionda che gioca a smontare e rimontare le lampadine – ad energia solare – del terrazzo cantando la colonna sonora di Frozen e ballando la danza della pioggia imparata in quell’altra vita, quand’era stregona in un villaggio Dogon; tutto è bellissimo, la sera si sta avvicinando e io leggo un libro pensando che sarebbe l’ora di farsi una manicure.

Tipo in questa prima fase indosserei un vestitino anni ’50 e avrei i capelli ordinati e pettinati, però sarei anche figa e con il rossetto molto rosso. Stile Mad Men ma non Betty Draper La Patata Lessa, più Joan Holloway La Prosperosa, ecco. È la fase stilosa e felice. La piccina che nella realtà è nuda e fa la pipì sul terrazzino perché il babbo ha deciso di spannolinarla (zitti! non dite nulla!), in questa fase immaginatela più tipo monellina in stile Nicholas della famiglia Bradford; simpatica canaglia insomma.

Ci avviciniamo alle ore 19, al GONG della cena. La piccina si avvicina e dice “pappa!” sfoderando un sorriso da svenimento seduta stante; io mi alzo e diligente mi appropinquo ai fornelli e arrangio un pasta con qualcosa. Viene fuori un piattino gustoso. Poi torno in salotto vado dal mio angioletto affamato e cinguetto:

“Amoreee, vieni è pronta la pappa!”. Gli uccellini si posano sulla mia spalla, mi baciano e poi vanno ad apparecchiare la tavola.

“NO!”

… (mmmh… no?)

“NOOOOOO!”

“Amore, come no? Pappa!”, mantengo la calma io, che sennò mi si spettina lo chignon.

“NOOOOO! NO! NO!” risponde lei voltandosi con scatto adolescenziale, la testa nascosta nell’incavo del gomito.

“Giorgina, dai, gnammi gnammi. Pasta!”, riprovo io, scendendo dalla condizione di Joan La Prosperosa a quella di Betty La Patata Lessa, la sfigata.

LO ZEN E L’ARTE DI PORTARE PAZIENZA.

Non sono mai stata una tipa paziente. Tutt’altro. Sempre stata impulsiva, facile alle fiamme e poco propensa ad attendere che le cose accadessero con i loro tempi, io. Ho sempre forzato la mano, anche quando sapevo bene che la fatica che mi costava andava ben oltre i benefici che avrei potuto ottenere. Sempre ottenuto poco, io, con questo atteggiamento. O meglio; quello che ho ottenuto mi è sempre costato grande fatica ed è durato anche molto poco.

A dimostrazione che la maternità è una grande scuola, a quindici mesi dalla nascita di Giorgina ma soprattutto da quando sono Buona, c’è una virtù che ho cominciato a riscoprire in tutte le sue innumerevoli qualità; sto parlando della PAZIENZA e voglio dichiarare, qui ed ora, che mai avrei pensato che questa virtù un po’ dimenticata, un po’ vintage, intrappolata a torto nel sottobosco catto-new-age, mi potesse tornare tanto utile.

Chi mi conosce sarà rimasto di sasso, ma se pazientate qualche minuto vi spiegherò a cosa serve, secondo me, la pazienza, per un genitore… e non solo:

LETTINO MONTESSORI, COME E PERCHÈ.

Visto che ho ricevuto un discreto numero di e-mail che mi chiedevano consigli e suggerimenti sulla base della nostra esperienza con il lettino montessoriano, ho pensato e ripensato a come scrivere un post sull’argomento senza fare la parte della maestrina e tenendo il più possibile alla larga il troll del cinismo che sta sempre seduto sulla mia spalla. Non essendo io un’esperta della faccenda ho pensato che la cosa migliore fosse una sorta di breve intervista a me stessa che renda conto delle domande che mi sono state poste nelle varie e-mail e allo stesso tempo della non universalità di quello che dirò – che si basa comunque su un’esperienza personale e non professionale – tentando di esser d’aiuto a chi volesse tentare di percorrere la nostra stessa strada.

Dunque, ready-set-go.

MA LA DONNA, LA DONNA, LA DONNA…

“Ma insomma la donna, la donna, la donna… O l’òmo?”, recitava il vecchio ma purtroppo sempre attuale adagio di uno storico film cult con Roberto Benigni e il compianto Carlo Monni. “O l’òmo?” si domandava il compagno presente al dibattito sui diritti della donna, di fronte a due innocenti e poco preparate femministe finite nella fossa dei leoni del maschilismo Made in PCI.

“O l’òmo?”, mi domando anche io da sempre – o almeno da quando ho cominciato a capire cosa significa essere donna – ribaltando il senso della domanda posta nel film: perché diciamocelo, a guardar bene bene, sulle donne, sul loro ruolo nella società, nella famiglia, sui loro “doveri”, sui loro “diritti” e mancati tali, sul loro corpo, sulla loro età, sulla loro sensualità si fa sempre un gran parlare… ma sull’uomo?

Non starò qui a ripartire dall’età della pietra per riflessioni che, a molti e purtroppo anche a molte, risulterebbero noiose. Vorrei solo rubare qualche minuto per condividere una riflessione sul ruolo del padre, argomento che, da quando sono mamma, mi sta particolarmente a cuore.

Voglio premettere, ad onor del vero, che io mi sento una donna decisamente fortunata. Facciamo partire i violini in sottofondo, prego, mentre vi dico che il compagno che ho scelto, e che mi ha scelta, per la vita non è soltanto un uomo intelligente, divertente e interessante; non è soltanto un marito che mi fa sentire apprezzata e stimata per il mio cervello ma anche bella e desiderata, con uno sguardo, con un sorriso, anche quando io mi sento un cencio; si sta rivelando anche un padre eccezionale e un genitore presente e partecipe a tutti i livelli in questa esperienza nuova e vertiginosa che è l’avere una figlia. Si sveglia la notte e, anche quando allattavo al seno, mi ha sempre aiutata a sopportare il peso delle innumerevoli sveglie, stando sveglio con me e cambiando il pannolino a Giorgina, incoraggiandomi quando ero fisicamente svuotata di ogni energia. Noi non avevamo – e ci tengo a ripeterlo per aiutare tutti quelli che credono che da soli avere un figlio sia difficile – nessuno che ci potesse aiutare nella quotidianità della nostra nuova famiglia; non una nonna o un nonno vicini e disponibili a far da babysitter con regolarità o le pulizie o il pranzo o la cena, niente zii e zie per Giorgina a far compagnia. Abbiamo fatto tutto in due, per i primi cinque mesi; tutti e due abbiamo cullato e coccolato Giorgina, tutti e due abbiamo cucinato, lavato i piatti, pulito la casa, lavato i pannolini. Tutti e due, equamente, senza differenze (poppe a parte).

Perché essere genitori è un’esperienza che – laddove sia possibile – si fa in due. Perché quando sento di padri che la notte non si svegliano, che i pannolini li cambiano se proprio proprio ce n’è bisogno e se lo fanno lo fanno male e se ne fanno un vanto, che non aiutano in casa, che non capiscono quando la propria compagna ha bisogno di quell’oretta per sé senza bisogno di richiedere a gran voce i propri spazi, ecco, in questi momenti sento salire lo sconforto. Mi domando dove voglia andare un paese in cui ancora il congedo di paternità viene richiesto solo dal 7% dei padri che, quando lo fanno, poveretti, vengono trattati da effeminate pappemolli, chiamati “mammi” e guardati con sospetto da tutti gli altri neo-padri e padri di lungo corso che invece amano sghignazzare, magari con una birra in mano e guardando svagatamente una partita, alle spalle delle proprie compagne, sante martiri della maternità.

Mi domando dove voglia andare un mondo in cui quando si parla di nanna, di pappa, di pannolini, di giochi, si parla sempre alle mamme; un mondo in cui non si parla mai di genitorialità ma sempre e soltanto di maternità. Ho letto un bel po’ di libri in questi ultimi 14 mesi e, tranne sporadici casi, ci si rivolgeva direttamente alle mamme e solo alle mamme, per qualsiasi cosa riguardasse la vita e lo sviluppo del bambino, qualsiasi cosa, anche quelle non direttamente connesse alla mamma, che per inciso è solo l’allattamento al seno perché il resto può essere portato a compimento anche dai padri. Mi domando: cosa ci si aspetta dunque da un padre se è la mamma che nutre, mette a letto, veste, sveste, porta a scuola, educa, svaga e trastulla il figlio?

Datemi della vetero femminista, datemi della vetero-e-basta, non mi fermerete. Continuo a pensare che questo paese – e forse non solo il nostro – sia ormai tragicamente intrappolato nella più trita dicotomia maschio-femmina, nella più antiquata e rigida assegnazione di ruoli, in una camaleontica discriminazione che ci fa credere di aver ottenuto tutto solo perché adesso possiamo fare le donne in carriera il giorno, le casalinghe la sera e la notte le tigri del materasso. Siamo donne multitasking, siamo mamme, siamo professioniste, siamo belle, scriviamo libri, facciamo le scienziate, le ingegnere, facciamo tutto quello che fanno gli uomini e in più facciamo anche i pranzi e le cene mentre ci occupiamo di mantenerci in forma per non farci mollare alla soglia dei quaranta per la solita ventenne. Gli uomini invece fanno più o meno sempre la stessa cosa. Procacciano il cibo e poi si siedono in gruppo intorno al fuoco a grugnire sulle loro vittorie mentre le loro pancie ingrossano con noncuranza. È bello vedere che qualcuno, qualche uomo illuminato, si è finalmente evoluto dall’era di Neanderthal ma vorrei che fossero di più. Molti di più.

Speriamo che Giorgina possa vivere in un mondo diverso.