Cuocere il mondo, mangiare culture; siamo ormai abituati a porre sempre più attenzione a cosa mangiamo, a come lo mangiamo e – con la crescita di movimenti come slow-food e alla propagazione internazionale di etichette legate a quella che noi chiamiamo “indicazione geografica tipica” – a legare determinati sapori con un preciso luogo geografico e una specifica cultura in maniera sempre più stretta, sempre più inscindibile. La mozzarella cinese? Mai e poi mai! Casomai chiamatela in un altro modo; la mozzarella vera si produce solo da Napoli in giù e non al di sotto dell’amato stivale!

Al di là del fatto che ho mangiato ottime mozzarelle fatte in Iran – lo giuro! – ci sono cibi che sfuggono alle barriere culturali; uno di questi è il pane. Pensateci. Se anche siete abituati a impastare la metà di noi – che in famiglia, anche solo per ammortizzare la spesa del Kitchen Aid, siamo panificatori di un certo livello (e scusate la modestia ma ho un marito che era da sposare anche solo per il livello di perfezione del suo pane) – alla terza o quarta ricetta di pane non italiano che fate vi renderete conto che di base starete producendo sempre lo stesso impasto; cambiando un piccolo particolare sul finale otterrete di volta in volta qualcosa di completamente diverso, sì… però, in fondo, sempre uguale.

Se ci pensate bene a partire dal pane si può produrre una importantissima riflessione sulla multiculturalità a partire da ciò che condividiamo piuttosto che – cosa ben più comune – da cosa ci differenzia. E il pane è veramente la base di tutte le culture, non solo delle culture gastronomiche; è nutrimento, è socialità, è lavoro. Sempre uguale in tutto il mondo.

Il viaggio più importante della mia vita è stato in Iran, dove sommando i mesi, ho passato quasi due anni non consecutivi della mia vita; i sapori e gli odori di quella terra si insinuano talvolta nei miei pensieri senza che io li avessi chiamati, richiesti e nemmeno voluti. L’odore del riso col tadik, del chelo kebab, del gelato sonnati affogato nel succo di carota, della zuppa ash-e reshte, del pane barbari con i semini di sesamo, del pane sangak cotto sulle pietre, delle olive condite con le noci e i semi di melagrana, il tè che esce dal samovar, i cetrioli freschi… potrei continuare per ore e perdermi nei miei passi lungo le strade alberate di Tehran o nella polvere del Kurdistan d’estate. Il giorno che ho scoperto che potevo cambiare il corso di una mia giornata decidendo anche all’ultimo minuto di non usare l’impasto della pizza per fare una pizza ma condendolo con un mix di farina, zucchero, olio e acqua e cospargendolo di semi di sesamo per immergere la mia cucina nell’odore dell’Iran, ho capito che con una palla di pasta da pane tra le mani, e la ricetta giusta, le distanze si accorciano e la memoria torna sulla punta della lingua e racconta le storie più belle.

Dopodomani, in collaborazione col festival Middle East Now e la scuola di cucina Cordon Bleu, proveremo ad accompagnare un piccolo gruppo di giovanissimi esploratori (dai 5 ai 9 anni) in questa terra del pane multiculturale, con un “orizzontale” di panificazione che attraverserà il Medio Oriente e partire dall’Italia arriverà in Iran, dandoci modo di giocare con culture e sapori diversi ma, appunto, in fondo in fondo, uguali e più facili da capire di quanto credevamo.

Maggiori info QUI.

Se avete piccoli da iscrivere, affrettatevi e contattate la segreteria del festival a questo indirizzo e-mail:

info@middleastnow.it

oppure telefonando a: 347. 6425785 oppure 333.7840736

Nelle foto qui sotto vedete il pane barbari, la schiacciata come si fa a Firenze e il pane pita, accompagnati da hummus di lenticchie rosse, feta e mortadella (assente nelle foto per motivi che non credo sia necessario spiegare :P). Per le ricette, aspettate qualche post e ve le dico tutte!!!

Irene
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