Parlavamo di svezzamento noioso all’italiana un paio di post fa, giusto? Dicevo dello scollamento che c’è tra una cultura alimentare sana e varia come è quella italiana e una metodologia di avvicinamento al cibo che è fatta di paure, tabù e contraddizioni inspiegabili.

Ecco, dopo quel post, qui a Firenze, è iniziato il fine settimana di Taste – il salone dedicato alle eccellenze del gusto e del food lifestyle organizzato da Pitti Immagine e ormai giunto alla decima edizione. Nell’anno dell’expo dedicato proprio all’alimentazione e al cibo di qualità, Taste ha portato a Firenze, come ogni anno, centinaia di espositori di eccellenza per aprire le nostre papille gustative a nuove esperienze gastronomiche con un viaggio da capogiro su e giù per lo stivale.

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Quest’anno, dato il pancione e il livello degli ormoni non proprio in assetto da carnevale e divertimento, devo ammettere di essere stata sull’orlo delle lacrime almeno una decina di volte passando di fronte a certi stand di certi vini di quelli che anche solo l’odore ti fa sentire come seduta su un bel prato a primavera a sorseggiare un buon rosso chiacchierando con gli amici, aspettando sera; oppure avvicinandomi per sbaglio agli stand dei salumi di qualità, quelli tipo il lardo che comincia a sciogliersi appena ci metti gli occhi sopra e che ti sussurra all’orecchio il desiderio di stendersi su un crostino di pane caldo; oppure ancora nel settore dolce, tra file di biscotti, amaretti, cioccolate, torroni, marmellate, confetture e barattoli di voluttuose cremerie assortite.

Proprio con in testa il pensiero dell’approccio italiano all’educazione al gusto, curiosando tra gli stand di Taste, quest’anno, ho trovato anche chi, come il nuovissimo Galameo, ha deciso di fare dell’educazione al gusto dei bambini una start-up gourmand e ha studiato una linea di biscotti, una crema al cioccolato e nocciole e diversi formati di pasta integrale di qualità elevatissima, pensata proprio per offrire ai piccoli un’alternativa sana e gourmand ai prodotti industriali e per trasfromarli pian piano in piccoli gastronauti. Avrei portato volentieri qualcosa da assaggiare a Giorgina ma purtroppo quando sono arrivata allo shop i barattoli di biscotti erano stati già tutti venduti. Mi sono innamorata dei cantucci e dei biscotti dei Fratelli Lunardi, che sono come quelli fatti in casa; buoni, croccanti, con le uova vere e la farina bio. Una meraviglia per il palato e per gli occhi. Ho trovato anche una mamma, bellissima e giovanissima, che da dipendente di una multinazionale si è trasformata in imprenditrice e sotto il marchio Happy Mama produce barattoli di composte, confetture, marmellate e chutney assai particolari e deliziose; super-genuine e sanissime adatte a grandi e piccini. Mi ha fatto venire in mente Diane Keaton in un film anni ’80 che da piccola adoravo e spero vivamente di trovare presto i suoi prodotti in vendita qui a Firenze per farne una bella scorta.

Forse non sarei dovuta andare. Ma è più forte di me; il mio palato, intendo. Promettetemi una selezione di formaggi di capra che più puzzolenti non si può e mi vedrete smuovere le montagne. Se potessi farne un lavoro, girerei il mondo anche solo per mangiare i cibi più strani, le cose più insolite, i sapori più diversi. Solo due cose non mangio; ananas e banane. per il resto non dico mai di no, neppure all’uovo millenario o alle cavallette.

Giorgina è nata 26 mesi fa dopo 9 mesi di montagne russe alimentari dentro la mia pancia e fino ad oggi si sta dimostrando degna figlia di suo padre e di sua madre. Mettetele davanti una fetta di gorgonzola e la vedrete leccarsi i baffi; un crostino al lardo di colonnata o una zuppa di barbabietole; dei carciofi “scazzottati” o un mix di patate dolci al forno; è difficile che si tiri indietro. Poi, certo, anche lei ha i suoi gusti e ci sono cose che mangia con gusto e altre che mangia per fame; quello che è certo è che il cibo per lei è avventura, è divertimento, proprio come lo è per me e questo mi rende felice.

Spero di riuscire a mantenere viva in lei questa curiosità perché abituare i nostri figli alla diversità alimentare significa aiutarli a destreggiarsi un un mondo sempre più – fortunatamente – multiculturale; vuol dire dar loro un motivo in più – tra i tanti – per aver voglia di viaggiare, esplorare il globo seguendo un sapore, un odore da portare via rendendolo parte di sé.

Ogni tanto se mi concentro riesco a sentire il sapore del fish&chips con le patatine all’aceto che io e la mia mamma prendevamo a Londra, dopo le nostre esplorazioni pomeridiane, vicino a casa dove viveva il mio babbo; avevo 5 anni e, ancora oggi, a partire da quella memoria fatta di sapori, dal ricordo di quell’odore, riesco a far riemergere l’immagine di una roulotte e di un signore grasso col grembiule unto che spruzzava aceto sul bicchierone riempito di patatine; di me che parlavo inglese e mia mamma no; del pub dove i grandi entravano e i bambini no. Ci sono delle volte che, invece, mi paralizzo per strada perché mi sembra di sentire il profumo acre del pane sangak, cotto sui sassi nei forni dell’Iran, ma è solo un trucco della mia memoria che distorce l’odore del nostro pane in quello per cui tanto sento nostalgia e lo fa perché ogni tanto c’è bisogno di ricordare.

Questo è per me “il gusto” della vita. Accompagnare i nostri piccoli alla scoperta del cibo è un dono per cui loro forse non ci ringrazieranno mai ma che, sono sicura, renderà la loro vita più ricca. Smettiamola dunque di propinare scatolette di baby-food e formaggini insapore nel timore che una porzione di gorgonzola faccia loro male, o di sgrassare il prosciutto, di selezionare sempre soltanto le stesse verdure, di cucinare pasti separati per anni e anni, di togliere aglio, cipolla e tutte le spezie dai loro piatti e facciamoli sedere con noi, a godere insieme a noi del rito del mangiare in compagnia, del piacere della tavola.

Non ce ne pentiremo!!!

P.S. E comunque l’anno prossimo giuro che porto anche Giorgina; già mi immagino le scorpacciate che ci faremo e non vedo l’ora! Chi viene con me?

Irene
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