Sono cresciuta con due punti fermi riguardo all’America. Uno lo devo ad una delle mie zie materne, la più giovane, che, una volta, quando ero piccolina rispose alla mia richiesta di pop corn con un secco no, motivato così: “se mangi pop corn diventerai grassa e pallida come i bambini americani”. C’erano quelli che crescevano con un “mangia, che i bambini del Biafra non hanno niente da mangiare” e quelli come me (ditemi che non ero la sola, vi scongiuro) che invece, come spauracchio, avevano l’America, come simbolo di esagerata opulenza, sregolatezza e, evidentemente, obesità infantile. Io, ipocondriaca fin da piccola, ci ho messo un bel po’ a mangiare i popcorn senza sentirmi in colpa, senza sentirmi come se stessi ingoiando liberismo e capitalismo a gran bocconi. E se vi devo dire la verità, la cosa non l’ho ancora veramente superata. L’altro punto fermo, che fa da contraltare al primo, lo devo al mio babbo e alle nostre scorpacciate di film di Woody Allen. Manhattan, Annie Hall e Radio Days sono indissolubilmente intrecciati a gran parte dei ricordi con mio padre; quando non eravamo su un divano a vedere il film ne citavamo le battute salienti e forse anche quelle minori, perché noi la filmografia di Woody la sapevamo a memoria così come tutte le sceneggiature.

Da bambina quando pensavo all’America immaginavo, come scena d’apertura, un ragazzino grasso e flaccido che scorrazzava per le vie di New York seduto su un maggiolone accanto ad Annie Hall che guida come una pazza, vestita con i suoi memorabili pantaloncioni color kaki, la camicia bianca, il gilet e la cravatta. Poi sono cresciuta, ho avuto il mio lungo momento politico e lì la faccenda del popcorn, del capitalismo sfrenato eccetera eccetera si è amplificata producendo lunghe e noiosissime arringhe contro la sanità privata, il sistema delle lobbies e le macchine troppo grosse. Arringhe di cui nessuno oggi sente la mancanza ma che io, di quando in quando, amo riproporre per puro sadismo nei confronti degli amici più cari. Nel frattempo, però, covavo segretamente il sogno scandaloso di farmi un giro sul Cyclone a Coney Island, sempre pensando a Woody dei film migliori, prima che sposasse sua figlia e mollasse quella matta di Mia.

Poi ho incontrato un uomo – quello che è seduto adesso qui accanto a me – che aveva una zia a Manhattan e un giorno mi sono detta “perché no?” e ho attraversato l’oceano per andare a passeggiare sugli stessi marciapiedi di Annie Hall, munita di un’assicurazione medica a copertura totale, che non si sa mai. E così è successo che mi sono innamorata di una città, contro la mia volontà e contro ogni aspettativa, proprio come sono i veri amori. Siamo andati una volta e poi un’altra e ogni volta, al ritorno a casa, arrivava sempre quella nostalgia di quel non-so-che che New York riesce a darti come poche altre città. È la sensazione di poter restare lì per sempre. New York è grande e piccola insieme, pensi di poterti perdere e allo stesso tempo di sapere sempre dove sei, in quella griglia di strade così regolare; è frenetica, veloce, folle ma conserva la dimensione di quartiere, il piacere del vicinato. Trasgressiva e rassicurante, New York è una città da sposare.

Quando è nata Giorgina uno dei mie pensieri ricorrenti era quando avremmo potuto ricominciare a viaggiare. Ho sempre viaggiato molto e all’idea di avere figli si associava sempre il terrore di vacanze al mare, hotel per famiglie, mete vicine, cibo insapore. Io mi ero data un anno come limite massimo per tentare un viaggio con la piccola, per vedere come andava, per imparare ad uscire dalla nostra zona di sicurezza con lei. E così abbiamo scelto New York, che è un viaggio lungo ma che ci dava tranquillità visto che a destinazione avremmo trovato una casa e degli zii pronti ad accoglierci. Ero spaventata dal lungo viaggio aereo ma tutti ci avevano rassicurati che non ci sarebbero stati problemi. Io tendo sempre a fidarmi molto degli altri, ma comunque un po’ di strizza resta.

E invece è andata alla grande, nonostante un volo dall’Italia non proprio perfetto e un arrivo a destinazione cinque ore dopo il previsto. Il clima impazzito – e non mi venite a dire che era un colpo di coda della corrente del golfo – ci ha regalato giorni di neve e giorni di primavera, il Natale imminente invece ha offerto saldi incredibili. Giorgina si è dimostrata una giovane viaggiatrice curiosa e pronta a sperimentare: ha gradito il cibo, tutto il cibo, cetriolini sott’aceto compresi, ha accolto festosamente ogni tavola, soprattutto quella del Diner sotto casa, ha apprezzato la moquette della sezione orientale al Metropolitan Museum, è impazzita per la neve e ha pianto come una pazza quando abbiamo deciso di scendere dalla High Line. New York è una città estremamente adatta a chi viaggia con bambini – i marciapiedi ampi, i molti parchi e giardinetti, i seggioloni in tutti i ristoranti, anche nei più scaci, fasciatoi e spazi per allattare in tutti i grandi magazzini -, adattissima per tutto tranne che per la metropolitana. La metropolitana è pressoché inutilizzabile con un passeggino, a meno che non abbiate muscoli allenati o uno di quei mezzi cingolati per genitori amanti dell’avventura. Fortunatamente avevamo con noi il marsupio che, infatti, è utilizzassimo dai newyorchesi e, nonostante la fatica di portarsi addosso una creatura non proprio leggera e il disagio di doversi continuamente spogliare e rivestire per non morire soffocati dal caldo all’ingresso nei negozi, è stato effettivamente salvifico e ci ha dato una gran libertà di movimento.

Siamo tornati da questo viaggio tutti un po’ cambiati. Giorgina ha compiuto un anno, ha scoperto che le candeline non si spengono con le dita, è una camminatrice (quasi)provetta, ha quasi imparato ad usare la forchetta e comincia ad articolare qualche nuovo suono oltre babbo e mamma. Noi siamo molto più rilassati, tranquilli. Abbiamo fatto cose nuove con nostra figlia, abbiamo scoperto che ci si può arrangiare, che i bambini sono creature estremamente adattabili, curiose. In questo viaggio ho scoperto che il bello di essere mamma sta anche nell’effetto sorpresa costante che ti riserva la vita con un bambino; perché saranno pure piccini ma stanno sempre un passo avanti a noi, questo è certo. Per quanto riguarda me, fermo restando il mio parere negativo sulla questione sanitaria americana – in miglioramento, ma vabbè… – e su una povertà palpabile e diffusa – come noi, spero, mai avremo – ogni volta che torno da New York mi porto dietro storie incredibili, storie di grande umanità, storie di gente che ce l’ha fatta, e la sensazione di essere stata immersa in un grande laboratorio creativo, come noi mai più saremo.

Ora il problema è che mi sento le scarpette rosse ai piedi, ho voglia di viaggiare ancora con Giorgina che è una viaggiatrice coi fiocchi. In attesa di averne la possibilità mi impegnerò nei prossimi giorni per terminare la mia personale guida di New York che mi piacerebbe donare a voi che mi leggete come auspicio di avventura e nuove scoperte per il 2014.

Buon Anno a tutti!

(qui sotto, per chi ne ha voglia, una ridottissima selezione delle foto delle vacanze. E pensate come siete fortunati. Avrei potuto costringervi a vedervele tutte e 700 proiettate a grandezza naturale sulla parete del mio salotto. Ditemi grazie!)

Irene
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7 Comments

  1. ma che bellissimo, bellissimo post! siete bellissimi, tu sei bellissima e giorgina lo è. e capisco la sensazione di scavacare la linea della cmfort zone. Ci voglio provare anche io! Grazie 🙂 attendo la guida e buon 2014!

  2. Che bello! Mi sento meno sola nel detestare villaggi per famiglie e pacchetti all inclusive! (Ti leggo spesso, ma non ho mai tempo per commentarti! Se ti va passa a trovarmi, nel mio blog unamammagreen.com c’è anche una rubrica sui viaggi). Silvana

    • 🙂 vado subito a fare un giro nel tuo blog! Il nome mi piace molto, credo che troverò molte cose interessanti! 🙂

    • Tanti auguri!!! In ritardissimo, ma mi era sfuggito il tuo commento 🙁 Sono fusa! Sto lavorando alla guidina nel tempo libero – libero? mh… – spero di finire in tempo per quando decidere di andare a fare un giretto nella Grande Mela 😉 😉

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